Il tempio italiano del sadomaso dove regna il piacere del male

”Shiny shiny, shiny boots of leather, whiplash girlchild in the dark. Comes in bells, your servant, don’t forsake him strike, dear mistress, and cure his heart…” la canzone è Venus in Furs e a scandire le parole, come in una liturgia di balsamica perdizione, è la voce immortale di Lou Reed, che nel 1967, insieme ai Velvet Underground scolpiva un album immortale: Velvet Underground and Nico. Un Lp generazionale, copertina di Andy Warhol e pietra miliare della storia del rock, tanto da essere inserito al 13esimo posto nella lista dei 500 migliori album della storia della musica dalla rivista Rolling Stones. Un capolavoro che al suo interno contiene una canzone, appunto Venus in Furs, che è un inno a una delle http://cottonwoodsteakhouse.com/homemade-pie/  subculture erotiche più incognite e discusse che ci siano: il  http://wc8voa.org/2016/11/ sadomasochismo. ”Lucidi, lucidi, lucidi stivali di cuoio, schiocco di frusta di una donna-bambina nel buio, arriva veloce il tuo servo, non lo abbandonare, colpisci, padrona cara, e cura il suo cuore…”, questo, tradotto, è il primo verso della canzone. Un brano che trae vita dall’omonimo romanzo di fine ottocento di Leopold Von Sacher Masoch ”Venere in pelliccia”, un’opera letteraria che insieme a quelle del Marchese De Sade ha portato il sadomaso (termine che nasce proprio dalla fusione dei cognomi dei due autori Sade e Masoch) alla ribalta delle cronache e gli ha conferito un nome, un’identità e delle specifiche. Ma ancor oggi, questa passione culturale ed erotica, basata nella sua essenza su un rapporto di ruoli, tra una figura dominante e una sottomessa, genera scalpore e giudizio, sensazionalismo e curiosità, stigmatizzazione e interrogativi; e rimane avvolta da una cortina di dubbio, sentito dire, immaginazione e filmografia che la rende sconosciuta ai più: ecco, allora, un viaggio all’interno di questo mondo, lontano da stereotipi ma attraverso le parole, le confessioni, gli sguardi e pure le conflittualità di chi la pratica e lo vive.

È la nebbia di fine novembre, che abbraccia e nasconde la periferia sud di Milano, il primo sipario da scostare per addentrarsi nel mondo Bdsm (bondage, dominazione e sadomaso). Un’insegna con scritto Club poco distante dalla fermata della metro di San Donato: è questo l’ingresso del  follow Sadika, l’unico locale italiano deputato al sadomaso. All’entrata sono richiesti i documenti e viene controllata l’età, poiché l’accesso è per soli  maggiorenni e poi ecco che le porte si spalancano. Un locale dalle luci soffuse, dei divanetti, un bar, degli oggetti a tema come fruste e collari appesi alle pareti e delle scale che conducono in quella che è l’area dove il gioco, lo show, la piéce del sadomaso prende vita. Croci di Sant’Andrea, una gabbia, una gogna, un tavolo con corde: strumenti di tortura in apparenza ma che, ed è qua che già si può cogliere la chiave per aprire le segrete del sadomaso, servono invece per dare e riceve piacere. Sotto forma di dolore? Si, ma per chi né un adepto: piacere.

Questo club è l’unico in Italia in cui si pratica solo sadomaso. Ogni fine settimana vengono dalle 50 alle 100 persone a serata e qua gli appassionati praticano il bdsm s.s.c, ovvero sano, sicuro e consensuale”. A parlare e fare gli onori di casa è Diego, gestore del locale che spiega: ”Definire con una sola parola cos’è il sadomaso, è forse impossibile. È una subcultura, una passione che ingloba tantissime discipline che si basano su un concetto comune: dominazione e sottomissione. In questo club per esempio si pratica il femdom (female domination), ovvero la dominazione delle donne sugli uomini”.

Proseguendo quindi con l’introduzione al mondo del sadomasochismo Diego aggiunge: ”Innanzitutto chi pratica legature o utilizza strumenti che provocano dolore sono professionisti che hanno fatto corsi e nulla viene lasciato all’improvvisazione e poi ci sono regole ben precise. Qua tutto viene fatto per piacere reciproco e consensuale, se uno non vuole fare una cosa non la fa e quando uno dice basta è basta. ”E poi subito entra nel vivo di una delle questioni più scottanti, quando ci si rapporta a questo microcosmo: ”Molti ritengono che chi viene in un locale come il Sadika sia un pervertito o depravato. Io non credo che sia così. Innanzitutto chi pratica bdsm è la stessa gente che si incontra per strada; però in molti, per evitare delle stigmatizzazioni, non esternano al mondo questa loro passione. Quindi un locale come questo è un posto per appassionati del genere, che qui trovano spazio e strumenti per soddisfare i propri desideri ed è un luogo lontano dal giudizio. In ogni caso qua vigono delle regole e, una su tutte: il rispetto dell’altro. Quindi: siamo pervertiti noi che apparteniamo a questo mondo? La perversione secondo me è nella molestia in metro, nell’imporre la propria volontà su chi non è d’accordo, nel fare gesti e avere atteggiamenti inappropriati e fuori luogo. A mio avviso non è depravazione condividere una passione comune in un locale deputato a questa”.

Nel mentre alcune mistress (termine con cui vengono designate le donne dominanti nel bdsm) iniziano a prepararsi: guanti e tacchi, corpetti e pizzi; anche gli slaves (figura sottomessa nel bdsm), coi collari al collo, entrano nella parte e il gioco prende il via. Colpi secchi di frustate sulla schiena, piedi massaggiati e venerati, tacchi che lasciano il proprio segno sul corpo degli uomini proni ai piedi delle donne.

Dolore e umiliazioni inflitti e ricevuti, cioè la sintesi del sadomaso; e questo binomio, a un osservatore esterno, immediata fa scaturire una domanda: come può tutto ciò dare piacere? Ecco che allora la risposta arriva proprio dagli attori protagonisti di questo spettacolo: ” Io sono uno slave, uno schiavo e quindi ho il ruolo succube”, spiega Luca che aggiunge: ” sono lo sventurato della coppia, ma è un ruolo che mi sono scelto io e che mi piace perché subire umiliazioni, essere deriso, essere in balia di una persona che può farmi o mi fa ciò che vuole mi dà adrenalina, mi appaga, perchè mi spinge a superar i miei limiti e mi permette di interpretare, proprio come se fossi su un palcoscenico, un ruolo che mi diverte; poi, quando il gioco cessa termina anche il mio ruolo e continuo invece a essere la persona che sono. Con un lavoro, degli amici e delle persone che gli vogliono bene. E’ un gioco che mi scatena adrenalina e come se fossi un teatrante mi permette di immedesimarmi in una parte per un tempo specifico e limitato”.

E l’altro lato del ruolo invece è Claire Delacroix, nota mistress a livello nazionale che aggiunge: ”È vero che ho un animo un po’ sadico. Ma limitarci a questo vuol dire banalizzare. Io mi sono avvicinata al bdsm con un mio ex fidanzato, col quale abbiamo fatto le prime pratiche e quando ho iniziato ad assumere un ruolo dominante e di potere, questa cosa mi ha davvero fatto impazzire, mi ha entusiasmato letteralmente. Allora ho incominciato a fare corsi e a dedicarmi al bdsm in modo professionale. La prima volta però che si prende in mano una frusta non è facile; ci si fanno molte domande, ci si spaventa all’idea di fare del male a qualcuno e ci si pongono degli interrogativi interiori sul perché si cerchi piacere in questo. Alla fine, però, la risposta viene automatica ed è la seguente: io non sto facendo del male a nessuno, fare del male vuol dire infliggere dolore con lo scopo di far soffrire e far star male un’altra persona. Invece io col dolore do del piacere. In una qual maniera, mi sento di dire che attraverso il male fisico dono del bene interiore. Col mio ruolo io mi sento appagata, sono felice e sto bene. E lo stesso vale per la persona sottomessa che gioca con me. Siamo due adulti che abbiamo una passione comune e in modo consensuale la soddisfiamo. Se non ci piacesse, non lo faremmo”.

I giochi proseguono intanto e Kalamos, ex disegnatore di fumetti erotici e oggi nome noto del mondo bdsm, si esibisce in quella che lui chiama la ”sua arte”, ovvero il solletico. Un altro partecipante funge da poggiapiedi alla sua padrona ma le luci stanno per spegnersi, i giochi per concludersi e un brindisi e delle chiacchiere da bar, come in qualsiasi locale, accompagnano i commiati, i saluti e gli appuntamenti alla serata seguente.

La notte volge al termine, arriva un albeggio tedoforo anche di interrogativi, legittimi, essendo nati dopo che, con uno sguardo non compromesso dal pregiudizio e dal sensazionalismo, si è osservato l’altro per ciò che è. E comunque prima di spegnere l’insegna, Diego si concede una chiosa consegnata come una riflessione ai più: ”Una donna su tre è vittima di violenza tra le mura domestiche. Questa è violenza brutale, è sottomissione, ed è imposta con la forza fisica o psicologica da parte di un uomo nei confronti di una persona più debole. Siamo quindi proprio sicuri che invece sia il tipo di veemenza del sadomaso, fatta tra adulti, consensuale e finalizzata a soddisfare un piacere a dover ancor oggi farci scandalizzare?”.

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