Rimini. Gnassi: “Si chiamava Makha Niang, lavorava e viveva a Rimini”

“Si chiamava Makha Niang, lavorava e viveva a Rimini”.

Ho conosciuto i famigliari e gli amici all’indomani del suo assassinio che le indagini ascrivono adesso a ‘futili motivi’. Una buona persona, un ragazzo che cercava il futuro nella nostra città e allo stesso tempo non dimenticava chi stava a casa in Senegal. Il suo omicidio pare sia dovuto al caso, ma questo termine non vuole sminuire nulla, è una terribile aggravante. Fermo restando che sarà un processo a scrivere la verità definitiva sulla vicenda, quello che emerge dal prezioso lavoro di Procura e investigatori è un quadro circostanziato in cui l’assenza di ogni umanità si fonde alla superficialità, alla banalità del male assoluto. Sparare per provare l’arma, usare il ragazzo che lavorava e viveva a Rimini come un bersaglio per un tiro a segno, e ancora più tragico e insostenibile perché magari è diverso da te. Tutto qui. Un delitto bestiale nella motivazione, nel vuoto infinito di chi non vede davanti persone ma barattoli o sagome di legno verso le quali esercitare la propria abilità balistica. E’ un crimine che non può passare sotto silenzio, ma anzi interroga tutta la comunità riminese sulla ferocia di rapporti che non esistono, sul destino opposto di due uomini entrambi immigrati in Italia e nel Riminese: il ragazzo senegalese Makha Niang e l’altro, cittadino albanese in carcere, accusato di omicidio volontario aggravato ‘da futili motivi’.

A ricomporre i quadri di questa terrificante storia di una modernità crudele e disumana, l’attività e i riscontri fondamentali della Procura di Rimini, di Carabinieri e Polizia, che voglio oggi ringraziare a nome dell’intera comunità riminese”.